Road stories

 

Cumaná - Maracaibo I (1200km?)

È andata così.

Nel settembre 1994, sentii uno strano bisogno di fare qualcosa di diverso per cambiare la mia vita. Una voce dentro di me mi disse: fai un viaggio impegnativo, un viaggio in solitaria e col vento in faccia pensa a tutte le cose che vorresti fare, a tutti i tuoi sogni e a tutte le cose che ora sembrano impossibili e che un giorno potrebbero diventare realtà.

 

 

E così chiamai mio padre, che per solidarietà (forse anche lui ne aveva bisogno) mi propose di accompagnarmi e in seguito anche mio fratello avrebbe fatto il percorso con noi.

 

Organizzai tutto in pochi giorni, presi un telaio Pinarello da Pippo, qualche componenti di qua e di là e così, con le mie mani e senza neanche sapere come si faceva, costruii la mia prima bici da corsa.

 

Con tutto pronto (per modo di dire) siamo partiti l’ultima settimana di ottobre: io in bicicletta, mio padre in macchina per portare le nostre cose e supporto tecnico e mio fratello in moto per fare avanti e indietro con i rifornimenti, per un viaggio dove non sapevamo:

 

1.- quanti chilometri di preciso dovevamo percorrere

2.- quanto tempo sarebbe servito

3.- dove riposare, mangiare, farsi la doccia e cambiarsi

4.- la portata della fatica

 

Solo una cosa era certa: dovevamo percorre il Venezuela dall’oriente all’occidente, collegando le città di Cumaná (la prima città venezuelana ad essere stata fondata, nel 1521) e Maracaibo (la seconda città più grande dopo Caracas).

 

1200km?

Dai nostri primi calcoli, dopo aver controllato le mappe a nostra disposizione, pensavano che la distanza tra le due città fosse di 1200 chilometri, per il percorso più lungo, quello più vicino alla costa al nord del Venezuela. Solo nel 2006 grazie a Google Maps capii che la distanzia reale era vicina ai 980 chilometri.

 
Avevo tanti dubbi prima di partire, era la prima volta che salivo in una bici da corsa con l’intenzione di fare più di 5 chilometri, e dovevo fare 200 volte tanto. I primi 48 chilometri non potrò mai dimenticarli, tutti in pianura, aridi quasi desertici, con un caldo sopra i 40 gradi, senza un pelo di ombra, facendo da anticamera alla prima salita, famosa per essere scenario di gravissimi incidenti automobilistici. Per la prima volta pensai di mollare, e da quel momento mio padre capì che doveva motivarmi al massimo se volevamo arrivare alla fine.
 
Mio padre faceva da stopper alle macchina che arrivavano da dietro, pianificava le nostre fermate e pagava tutto. Mio fratello invece, avanti e indietro con il suo Kawa 1000, mi portava delle borrace, qualcosa da mangiare e ci aiutava con la comunicazione tra me e mio padre. Nel 1994 non avevamo radio, cellulari, GPS, eravamo tre poveri cristi abbandonati alla nostra fortuna.
 
La mattina del terzo giorno eravamo molto vicini a Caracas, mio padre a mia insaputa aveva contattato da un telefono pubblico dei giornalisti amici suoi che una volta arrivati alla capitale mi hanno fatto una piccola intervista, sempre per strada, che poi abbiamo visto nel telegiornale della sera. Sì, a Caracas ci siamo fermati per salutare i parenti e per riprendere fiato, e non eravamo neanche a metà. 
 
Dopo aver mangiato a casa di mia madre, dormito in un buon letto e fatto tutte le cure sanitarie del caso, siamo ripartiti con tanta grinta il quarto giorno. Una breve salita e poi una lunga discesa verso la “Ciudad Jardin” Maracay. Prima di arrivare in città, mio fratello ha dovuto fermarsi per problemi alla moto. Abbiamo chiesto aiuto alla base Aerea Militare dove lavorava un mio zio per provare a ripararla ma iniziavamo a perdere troppo tempo, quindi abbiamo deciso di continuare l’avventura in due. Fino a Maracaibo abbiamo sentito la mancanza di mio fratello, avere una moto a disposizione è vantaggio unico e poi lui è uno duro che non molla mai.
 
Il quinto giorno è stato il più duro, attraversare in bicicletta lo stato di Falcón nella parte nord-occidentale del Venezuela non è stato facile. Le temperature sono così alte che vicino a Coro, la capitale, c’è perfino un deserto conosciuto come “Los Médanos de Coro”. Bellissimo, niente da dire, ma per uno che arriva da così lontano in bici, è un paesaggio devastante.
 
L’ultimo giorno eravamo felici, ci siamo alzati presto e partiti in fretta per arrivare al ponte sul lago di Maracaibo prima del tramonto. Io non mi lamentavo ma la verità è che ero abbastanza provato. Arrivati al ponte, un poliziotto della Guarda Nacionale ci chiede di aspettare nel parcheggio vicino al posto di controllo alla testa del ponte. Ricordo di aver pensato: vuoi vedere che dopo tanti chilometri mi fermano e non mi lasciano passare... Sapevo del divieto che sul ponte impedisce il passaggio di piccoli mezzi come le biciclette, le raffiche di vento potrebbero essere molto pericolose! Lo sono per quelli che vanno in macchina, figuriamoci per uno in bici.
 
Dopo qualche minuto arriva un altro militare con un rango superiore, penso sia stato un sergente, e mi fa: Lei è il ciclista solitario che arriva da Cumaná? Sì signore, risposi. Lui: allora stia pronto, due volanti la accompagneranno per evitare problemi sul ponte. Io: ma devo salire in macchina o posso fare il ponte in bici? Lui: no no, lei in bici, noi veniamo vicino solo per proteggerla dal vento.
 
E così arriviamo a Maracaibo, partiti in tre, arrivati in due, stanchi e allo stesso tempo sorpresi. Farlo in macchina come ha fatto mio padre è durissima, in bici un po’ di più. Abbiamo deciso di iniziare subito il viaggio di ritorno, sono salito in macchina, appoggiato la testa sul sedile e mentre stavo per addormentarmi, sento la mano di mio padre sulla mia faccia e lui che mi diceva: dopo quello che ti ho visto fare, per me sei soltanto un eroe.
 
Grazie papà!!
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